Lavoro o salute?

 

L’incidente in alla raffineria dell’Eni del 10 aprile scorso ha spolverato e messo in evidenza l’alone di omertà che circonda da 50 anni il complesso petrolifero di Sannazzaro de Burgondi.

Nel day after tra le bancarelle del mercato, nei bar dei paesi vicini e sulle pagine di facebook si è potuto assistere ad inquietanti disimpegni come: “ma basta parlare delle raffineria” , “non ingigantite le questione, sapete che ci mangiano un sacco di famiglie con la raffineria…”, “se volete continuare ad usare l’automobile questo è il prezzo da pagare e lo sapete bene!”.

A contenere l’allarmismo ci pensano anche i dati dell’Arpa che dicono che gli inquinanti nell’aria non hanno superato i limiti di sicurezza, e i comunicati dell’Eni (pubblicati sul sito del Comune di Sannazzaro): “l’ evento non ha causato danni diretti a persone e non ha creato impatto nell’ ambiente esterno”.

E allora perchè dovremmo preoccuparci?

Dovremo preoccuparci perchè c’è stato un boato che ha fatto tremare i vetri a decine di chilometri di distanza, una grande esplosione ed un incendio durato qualche ora in cui è bruciata un’enorme quantità di gasolio. La nuvola nera si è mossa in direzione di Pieve del Cairo e grazie alla pioggia si è lentamente diradata e depositata a terra E’ solo per un caso “fortunato” che questo incidente si sia verificato con la pioggia che ha contribuito non poco a calmierare gli effetti negativi, e, ci chiediamo se fosse avvenuto due giorni prima, una domenica con sole e vento? Non possiamo non porci domande come questa.

Inoltre a  Pieve del Cairo non ci siano centraline di rilevamento dell’Arpa, e quelle che ci sono nel perimetro della raffineria e nei paesi vicini rilevano solo pochissimi di quegli inquinanti che possono essersi dispersi, e alcuni di questi dati, come spesso accade, non sono stati rilevati (si dice per le batterie scariche delle centraline…).

Dovremo preoccuparci perchè non sappiamo cosa è successo! Non sappiamo qual è stata la causa dell’incidente e quale impatto ha causato. I dati che ci sono non bastano a dire che non ci sono conseguenze sull’ambiente e sulla salute, i dati sull’aria sono assolutamente parziali e i dati sul terreno non esistono.

I cittadini hanno diritto ad avere queste informazioni con la massima trasparenza, così come hanno diritto a sapere cose fare in caso di incidente  anche gli abitanti dei paesi vicini al complesso dell’Eni, non solo quelli di Sannazzaro, perché come ha dimostrato questo avvenimento, gli effetti possono estendersi nel territorio più di quanto ci si possa aspettare.


Annunci

VADEMECUM SICUREZZA

Informativa prodotta dall’amministrazione Testa di Sannazzaro de Burgondi negli anni ’90 sulle aziende a rischio nel nostro territorio e sui comportamenti da seguire.

 

 

Vademecum della sicurezza – Informativa cittadini – 1di3

Vademecum della sicurezza – Informativa cittadini – 2di3

Vademecum della sicurezza – Informativa cittadini – 3di3

Vademecum della sicurezza – Informativa tecnica

Lo smaltimento dell’amianto nella Provincia di Pavia

Documento approvato da

Rete delle Associazioni e dei Comitati per Salute, Ambiente e Sviluppo Sostenibile 

Pavia, 17/2/2012

Il problema dell’amianto affligge ormai da decenni la nostra Provincia, costituendo un allarmante rischio ambientale e sanitario per i residenti, senza che ad oggi sia stato approntato un programma organico per la sua dismissione. Stiamo invece assistendo al proliferare di proposte di impianti (discariche o inertizzatori) dove imprenditori cercano la collaborazione delle istituzioni locali in quello che si prospetta come un vero e proprio business dello smaltimento: simili proposte giungono al di fuori di qualsiasi schema di coordinamento o pianificazione della gestione dell’amianto a livello provinciale o regionale, e senza che si sia ancora effettuato un censimento esaustivo e dettagliato della quantità di amianto presente nel nostro territorio. La risposta allarmata dei cittadini ha portato alla costituzione di diversi comitati locali che pongono l’urgente questione delle strategie da implementare per la risoluzione del problema. Lo smaltimento dell’amianto non può essere affidato a iniziative estemporanee in assenza di una pianificazione provinciale e di preliminari studi scientifici sui possibili siti dove eventualmente collocare nuovi impianti. Un fattore che aggrava il quadro complessivo è la presenza sul nostro territorio di diverse discariche abusive alcune contenenti proprio amianto (l’ultima scoperta è situata a Pavia nel quartiere storico di Borgo Ticino), nonché le notizie di infiltrazione malavitosa nel traffico di rifiuti speciali che giungono sia dalle inchieste in corso sia dalle relazioni semestrali della Direzione investigativa antimafia di Milano, che hanno fra l’altro portato al sequestro della discarica di Cappella Cantone (Cremona).

In questo quadro abbiamo elaborato una serie di considerazioni circa lo smaltimento dell’amianto nella nostra Provincia che riguardano:

  1. il censimento dell’amianto .

  2. le modalità di smaltimento.

  3. l’individuazione dei siti idonei ai futuri impianti in funzione della modalità di smaltimento scelta.

  4. la disamina dei diversi tipi di impianto sotto un profilo economico e ambientale.

  5. le modalità di controllo e vigilanza sul processo di smaltimento.

  6. osservazioni e proposte conclusive.

Censimento dell’amianto

Per il censimento è necessario preliminarmente distinguere le aree ad alta e straordinaria pericolosità (Broni per la presenza dell’impianto Fibronit) dalle altre aree della Provincia. L’area Fibronit, dichiarata “Sito inquinato di interesse nazionale” dalla legge 179/2002, necessita ed è sottoposta a un procedimento tecnico e normativo ad hoc di bonifica e smaltimento assicurato da adeguati protocolli riguardanti il finanziamento e l’esecutività dello smaltimento stesso.

Ad oggi è stato realizzato un primo censimento dell’amianto all’interno della prima fase del PRAL (Piano regionale amianto Lombardia), piano deliberato nel 2005 da Regione Lombardia che prevede il totale smaltimento dell’amianto in Regione entro il 2016 (obiettivo irraggiungibile entro quella data allo stato attuale dei lavori), anche perché non sono stati stanziati fondi per raggiungere questo obiettivo. Il censimento è avvenuto secondo due modalità:

  • per le coperture in cemento-amianto è stato effettuato un telerilevamento aereo a campione a cura di ARPA

  • per le coperture e per gli altri materiali e manufatti si è proceduto con un censimento gestito dalle ASL in collaborazione con i Comuni. Il censimento prevedeva l’autonotifica da parte dei cittadini.

Secondo il censimento, peraltro ancora in corso, è stato trovato amianto in 4.228 edifici pubblici, in 23.972 edifici privati, 1.033 siti (ex aree industriali, logistiche, commerciali), per un totale di 2.700.000 metri cubi.

Riguardo al censimento effettuato rileviamo che ha messo a disposizione dati importanti e rilevanti ma non definitivi in quanto: il telerilevamento è una tecnologia imprecisa, mentre l’autonotifica può essere inficiata dal timore dei cittadini di doversi fare carico dei costi di rimozione dell’amianto.

Per questi motivi è necessario che in Provincia di Pavia il censimento del progetto PRAL venga integrato con dati più accurati. A tal fine è necessario:

  • Organizzare una campagna di sensibilizzazione dei cittadini per favorirne la partecipazione.

  • Superare la facoltatività delle dichiarazioni di autonotifica, prevedendo sanzioni per chi omette di informare le autorità circa la presenza di amianto nelle sue proprietà.

  • Sensibilizzare gli enti locali affinché prestino una fattiva collaborazione nella raccolta dati.

  • Incentivazione all’autonotifica con la garanzia di un costo agevolato per lo smaltimento.

Il censimento deve mappare a livello comunale la presenza di amianto specificando i siti in cui si trova, i rispettivi proprietari, la quantità presente, lo stato di conservazione dei materiali e quindi anche il loro livello di pericolosità, l’eventuale presenza di discariche abusive e relativa collocazione. La Provincia anche a fronte di apposito stanziamento regionale  dovrebbe raccogliere i dati di tutti i comuni per predisporre una mappa provinciale che sarà alla base del futuro piano provinciale di smaltimento.

Modalità di smaltimento

Lo smaltimento deve essere con tempi certi e totale, come riconosce anche il piano PRAL, in quanto le patologie causate dall’amianto non dipendono dall’accumulo organico dello stesso, ma dalla semplice esposizione dell’organismo: anche un’unica esposizione alle fibre di amianto può ingenerare processi patologici potenzialmente letali.

Circa le modalità di smaltimento, e le relative tecnologie e impiantistiche industriale, sono ad oggi disponibili due principali tipologie: le discariche (da distinguere in discariche sottoterra e di superficie) e gli impianti di inertizzazione (definizione che comprende diverse tecnologie di inertizzazione e di cottura dell’amianto). Le discariche possono ricevere tutte le tipologie di amianto, mentre la gran parte (seppur non tutti) gli impianti di inertizzazione possono trattare soprattutto l’eternit. In compenso, gli inertizzatori, modificando la struttura molecolare del materiale, potrebbero offrire una soluzione definitiva al problema amianto, anche se va considerato che ad oggi mancano studi scientifici definitivi riguardo la sicurezza degli impianti a livello industriale, la natura delle emissioni dei camini dei forni (e quindi l’efficacia dei filtri), la sicurezza generale della gestione di questi grandi impianti industriali, l’emissione di diossine, i materiali di risulta. Parimenti, anche riguardo le discariche non sono ancora disponibili studi definitivi circa la loro sicurezza in relazione alla possibilità di trattare il percolato eliminando le fibre presenti o, peggio ancora,che il percolato raggiunga le falde e, da lì, riaffiori tramite  la successiva evaporazione delle acque.

Inoltre, le discariche non rappresentano una soluzione definitiva, perché l’amianto è un elemento che non deperisce nel tempo, mantenendo inalterata la sua struttura chimico-fisica e di conseguenza la sua pericolosità.

Un elemento comune alle due tipologie di impianto è legato al rischio del trasporto, a partire dal momento dello smantellamento iniziale, fino al suo arrivo alla destinazione finale:

lo smantellamento può causare dispersione di fibre nell’aria, l’operazione di impacchettamento può non essere eseguita in modo ottimale, i mezzi adibiti al trasporto possono essere soggetti ad incidenti

Esaminiamo più nel dettaglio gli elementi di rischio degli impianti, in riferimento alla loro storia attuale.

Discariche

  • Difficoltà nel controllo pubblico nella realizzazione e gestione degli impianti, soprattutto quando la realizzazione e la gestione sono affidate a privati.

  • Rischio di infiltrazioni mafiose (in particolare della ndrangheta) nella movimentazione di rifiuti speciali in Lombardia e in altre Regioni d’Italia dalle quali potrebbe giungere il materiale.

  • Difficoltà nella scelta del sito in riferimento a caratteristiche geologiche e morfologiche assolutamente adeguate.

  • Possibile vicinanza a falde affioranti con rischio di infiltrazioni (tale rischio è ridotto nel caso di discariche o siti di stoccaggio di superficie, e dipende inoltre dalla qualità delle strutture isolanti e di drenaggio).

  • Vicinanza ad impianti industriali a rischio di incidenti (Es. Progetto di discarica di Ferrera Erbognone,  in vicinanza ad impianti Eni)

  • Deterioramento degli imballaggi per l’azione del tempo (la parte maggiormente deperibile nel ciclo delle discariche).

  • Deterioramento delle strutture dell’impianto per l’azione del tempo.

  • Difficoltà di individuare ed accertare requisisti di sicurezza dei luoghi di stoccaggio temporaneo.

  • Insufficienti garanzie di sicurezza nel trattamento del percolato prodotto.

Impianti di inertizzazione tramite conversione termica (modello proposto a Montichiari)

  • E’ un metodo sperimentato a livello accademico/di laboratorio ma non ancora a livello industriale.

  • Le polveri sono trattenute da elettrofiltri e filtri ad alta efficienza analoghi a quelli in dotazione agli inceneritori. Il caso degli inceneritori ha però mostrato la criticità dell’intero processo che dovrebbe garantire l’efficacia dei filtri, soprattutto come conseguenza della violazione delle condizioni di funzionamento progettuali dei forni e anche perché a tutt’oggi non esistono filtri in grado di trattenere le polveri più sottili, Pm 0,1.

  • La cottura delle lastre intere disposte su pallets non garantisce, nonostante l’alta temperatura, l’innocuità del prodotto finale nella parte più interna dell’involucro messo a cuocere.

  • Non risulta siano state fatte sperimentazioni in caso di modificazioni delle variabili del processo: temperatura, tempi di operatività, massa di materiale interessato, tipologia del materiale.

  • L’eternit inertizzato dovrebbe essere re-impiegato nell’industria delle costruzioni e dell’asfalto, ma non si conoscono ancora in modo specifico tutti i componenti di risulta e quindi il loro impatto sull’ambiente e sull’uomo.

  • Come per le discariche, la gestione da parte del privato, porta con sé la difficoltà di controllare la sicurezza di tutte le fasi del processo.

Nessuna delle due modalità di smaltimento è esente da criticità e rischi. Va inoltre considerato che i progetti di inertizzazione sono in fase di sviluppo ed elaborazione: i progetti che fino ad oggi sono stati ritirati e i proponenti stanno elaborando nuovi progetti che tengano conto delle criticità evidenziate. Il presente documento ha riportato le osservazioni al progetto di Montichiari (ritirato) elaborate dai Comitati e dalle Associazioni locali con la consulenza di Marco Caldiroli di Medicina Democratica. Oggi è stato presentato un nuovo progetto (Kris-As) a Gianico, progetto in corso di valutazione rispetto al quale non sono ancora disponibili valutazioni di impatto ambientale da parte degli Enti locali né osservazioni proposte da Associazioni e Comitati ambientalisti. In futuro i progetti industriali di inertizzazione potrebbero variare rispetto a quelli proposti in passato: siamo quindi di fronte ad un quadro in evoluzione.

La scelta per l’una o per l’altra soluzione, discariche o impianti di inertizzazione, dovrà conseguire da un’attenta e competente analisi tecnica e scientifica dei progetti a disposizione in relazione ai possibili luoghi di insediamento. Riteniamo inoltre che, quale che sia la soluzione adottata, lo smaltimento debba essere preferenzialmente affidato a società o enti pubblici per garantire maggiore trasparenza e controlli più efficaci.

Individuazione dei siti per l’insediamento degli impianti

La scelta delle aree idonee agli insediamenti deve conseguire da un’approfondita analisi tecnica e scientifica, che tenga conto delle caratteristiche geologiche, idro-geologiche, morfologiche, delle specificità territoriali, della prossimità di centri abitati e di zone ad alta concentrazione di biodiversità. E’ altresì indispensabile determinare nell’area individuata il limite di tollerabilità ambientale già presente o in avvenire con la presenza dell’impianto per non superarne il valore per la salute e per l’ambiente.

La valutazione dei siti deve anche analizzare percorsi di trasporto dell’amianto verso e dai siti di stoccaggio o inertizzazione che non passino per centri abitati, e va predisposto un piano di trasporto che preveda non solo i percorsi e le modalità di viaggio più sicuri ma anche modalità di intervento tempestive e pre-programmate in caso di incidente ed eventuale dispersione di amianto nell’ambiente.

Tali scelte devono obbligatoriamente coinvolgere anche le popolazioni residenti, possibilmente tramite un processo partecipativo che permetta di discutere sia i rischi connessi agli impianti sia l’urgenza dello smaltimento dell’amianto per garantire la salute di tutti i cittadini e la salubrità dell’ambiente.

La dimensione degli impianti dovrà essere correlata alla quantità di amianto presente in Provincia così come sarà documentato dal relativo censimento, secondo il principio dell’autonomia provinciale nello smaltimento dei rifiuti e dell’amianto stesso.

Dovranno essere previsti e implementati meccanismi di compensazione ambientale ed economica per i territori interessati.

Controllo e vigilanza

Gli attuali sistemi di controllo e vigilanza della gestione dei rifiuti pericolosi e dei processi di insediamento e gestione delle discariche si sono dimostrati inefficaci, come dimostrato non solo dalla quantità di discariche abusive in Lombardia ma anche dalle indagini in corso sulla gestione illegale dei rifiuti speciali, che vede spesso il fenomeno allarmante dell’infiltrazione mafiosa.

Per questo motivo gli enti territoriali devono essere dotati di efficaci strumenti di monitoraggio e controllo su tutte le fasi dello smaltimento (trasporto dell’amianto, gestione degli impianti, monitoraggio della eventuale dispersione di sostanze inquinanti). Il controllo pubblico deve essere reale e non fittizio, nessun passaggio dello smaltimento dell’amianto deve essere lasciato in mano ai privati, difatti sono gli enti pubblici che devono farsi pienamente carico del problema in tutte le sue fasi. Non deve essere il privato a indicare il sito dove è possibile fare una discarica, non deve essere il privato a cercare il 20% di quota pubblica per avviare un progetto, non deve essere il privato a gestire il sito in tutte le sue fasi. Il controllo delle emissioni degli inquinanti deve essere avviato e programmato in modo estremamente capillare e severo e tutto deve essere messo a conoscenza dei cittadini in tempo reale.

Le procedure di controllo devono prevedere la presenza di commissioni multidisciplinari (Università, CNR, Arpa, etc) e la presenza di rappresentanti dei cittadini aventi la totale disponibilità di verifica di ogni singola fase delle attività e dei processi.

Le nostre richieste:

1. una “moratoria” sulle discariche

Le criticità sullo stato di smaltimento dell’amianto in Provincia derivano dalla mancata programmazione territoriale e dall’assenza di studi tecnici e scientifici che supportino la possibilità di una simile programmazione. E’ urgente superare l’attuale estemporaneità degli interventi, che vedono il proliferare di progetti impiantistici fra loro scollegati e al di fuori di una strategia territoriale di ampio respiro: questo è un motivo ulteriore che avalla la nostra contrarietà ai progetti di discarica recentemente presentati nei Comuni di Ferrera, Cava e Gambolò.

Per questi motivi, e considerate tutte le criticità fin qui esposte, chiediamo che la Provincia di Pavia si faccia sostenitrice, presso Regione Lombardia, di una “moratoria” provinciale sul sistema delle discariche, per fermare i progetti in corso di approvazione e prevenire la presentazione di nuovi progetti non vincolati a un programma provinciale di riferimento.

Chiediamo che la Regione Lombardia e la Provincia di Pavia elaborino un programma per lo smaltimento dell’amianto che tenga in considerazione i seguenti punti:

  1. censimento dell’amianto da smaltire;

  2. indagine tecnica sulle tipologie degli impianti possibili, sulle rispettive peculiarità tecnologiche, sull’impatto ambientale e sulla loro gestione;

  3. pianificazione territoriale: quantificare gli impianti necessari per lo smaltimento (in un’ottica di riduzione al minimo del trasporto) e individuazione dei siti idonei;

  4. elaborazione di nuovi ed efficaci strumenti di controllo e monitoraggio di cui dotare gli enti territoriali.


Fonte originaria documento : Futuro sostenibile il Lomellina



Profezia

 

Milano, 16 febbraio 2045
Buona giorno a tutti, mi chiamo Rosa,

Molti anni fa fui membro di un comitato che si batteva contro la nascita della discarica di amianto di Ferrera Erbognone, in provincia di Pavia.

Sono ormai passati più di 30 anni e qualcuno di voi forse saprà come’è finita,: la discarica nacque, nonostante le nostre lotte, per terminare la sua attività poco meno di un anno fa.

Ricordo che era il 2013, quando cominciarono a portare le lastre di eternit con i camion, c’erano ancora i miei genitori e mia sorella allora…

Dissero che c’era l’emergenza amianto e che le lastre dovevano essere smantellate al più presto dai nostri tetti, perchè erano pericolose… i nostri tetti erano molto pericolosi allora…

“Sottoterra non c’è pericolo, è la soluzione migliore” dicevano, “ci vuole una mega- discarica nella nostra zona così pagheremo meno tasse”, “vedrete, ci saranno vantaggi per tutti”.

In quegli anni c’era una grande crisi economica e politica, una grande confusione nelle istituzioni e nella gente. C’era l’emergenza amianto ma nessuno si faceva carico della faccenda, solo alcuni imprenditori privati avevano chiaro cosa dovevano fare. Non si seppe neppure se ci fu un’autorizzazione regolare da parte della Regione, ma di fatto, la discarica iniziò la sua attività e non fu più possibile fermarla.

E andava a gonfie vele, avevano ragione era un grande affare!

I camion arrivavano tutto il giorno per 6 giorni a settimana; giungevano da ogni luogo del nord Italia, forse anche dal sud: percorrevano le autostrade Milano-Genova, Torino Piacenza, Broni-Mortara, per convogliarsi poi, attraverso i paesi della nostra Lomellina fino alla destinazione finale.

Ed era un gran fiorire di imprese che si proponevano di “venire a casa tua a smaltire il tuo tetto pericoloso”, per evitare che i bambini giocassero nel pericolo.

Tutti dovevano smaltire il loro amianto, altrimenti c’erano multe salate, ma anche lo smaltimento era molto costoso. Anche se avevamo dei grossi vantaggi ad avere la discarica vicino a casa, dovevamo comunque fare dei gravosi finanziamenti, perchè il lavoro di smaltimento era complesso, e poi bisognava rifare il tetto con un materiale nuovo e sicuro.

Alcuni di noi non riuscirono ad estinguere il finanziamento perchè avevano anche il mutuo della casa, e così persero anche quel poco che avevano.

Ma si diceva “meglio poveri che morire di amianto”, non sapendo che di amianto saremmo morti lo stesso.

Per i primi anni andò tutto bene, salvo qualche incidente stradale in più per via del traffico aumentato. I più gravi, dicevano, erano quelli in cui erano coinvolti i camion che portavano

l’amianto, soprattutto quando si ribaltavano e si liberava il carico sulla strada davanti alle case o vicino ai campi agricoli. Nel giro di qualche giorno però ripulivano e sembrava che tutto tornasse come prima.

Passarono gli anni però, e qualcuno iniziò ad ammalarsi di quella malattia ai polmoni che conoscevano bene quelli di Casale Monferrato e di Broni. Ma all’inizio non se ne parlava molto.

Dicevano che non era per la discarica, la discarica lo risolveva il problema, non ne creava altri….

I lavoratori della Raffineria di Sannazzaro però continuavano ad ammalarsi. Alcuni dicevano che non poteva essere l’amianto perchè non lavoravano in discarica, era più probabile che fosse colpa della Raffineria. Ma si ammalavano in tanti.

Si ammalavano quelli di Sannazzaro che andavano a correre lungo le strade di campagna, quelli di Mezzana Bigli che abitavano a 1 km di distanza, si diceva che fossero sottovento, e quelli che coltivavano la terra nelle vicinanze.

Fu un disastro umano ed economico. Nessuno in Italia volle più acquistare il riso e prodotti della Lomellina, dicevano che faceva morire, soprattutto dopo quella grave esplosione al metanodotto, che scoperchiò parte della discarica: si creò una grossa nube di polvere che andò a depositarsi sui campi e sulle case anche a km di distanza.

I responsabili dell’impianto e dei controlli di sicurezza sminuivano la faccenda, dicevano che i loro dati non erano così allarmanti, e che comunque ormai bisognava completare il lavoro.

Poi si capì che la dimensione del problema era ben più ampia.

La zona rossa ad alto rischio non era più solo quella nella vicinanze della discarica, ma iniziava dove l’amianto veniva smantellato, dai tetti delle case e degli edifici. La polvere letale iniziava a liberarsi nell’aria da subito, e si disperdeva durante tutto il percorso di spostamento, fino alla discarica. Poi si depositava a terra durante la notte, ma veniva rialzata dai trasporti dell’indomani che portavano tra l’altro nuova polvere.

Non esisteva più una zona franca almeno in un raggio di 30 km. L’amianto era nell’aria, nei terreni, nell’acqua e nei polmoni delle persone.

Eravamo inesorabilmente avvelenati. I numeri dei morti li conosciamo tutti, almeno quelli che ci sono stati fin’ora, perchè si sa, l’amianto ha buona memoria, non si dimentica anche a distanza di anni di chi l’ha incontrato anche solo una volta.

La discarica doveva durare 10 anni e poi ci saremmo dovuti dimenticare del problema…

Ora più nessuno abita in Lomellina, è stata dichiarata “zona ad alto rischio per la salute” e ormai ci entrano solo i camion che depositano quei rifiuti che nessun altro vuole.

Forse era destino che le nostra terra diventasse una grande pattumiera, forse anche noi lo volevamo in fondo.

La gente dice che i rifiuti che si producono da qualche parte bisogna pur metterli.

Noi della Lomellina, siamo stati solo un pò più sfortunati di altri.

Materiali contenenti amianto negli edifici pubblici e privati

FONTE  |  Articolo di ARPA Valle D’aosta

PRESENZA DI MATERIALI CONTENENTI AMIANTO NEGLI EDIFICI PUBBLICI E PRIVATI PREMESSA

Ai sensi dell’art. 20 (“Censimento dell’amianto e interventi di bonifica”) della Legge 23 Marzo 2001 No. 93 (“Disposizioni in campo ambientale”) è stato emanato, dal Ministro dell’Ambiente, il Decreto 18 Marzo 2003 No.101 (“Regolamento per la realizzazione di una mappatura delle zone del territorio nazionale interessate dalla presenza di amianto ai sensi dell’art. 20 della Legge 23 Marzo 2001 No.93”).

Il Decreto 18 Marzo 2003 No.101 stabilisce, all’Allegato A, i criteri per la mappatura della presenza di amianto sul territorio. La mappatura ha come finalità quella di evidenziare i siti nei quali è riscontrata la presenza di amianto, ovvero l’utilizzo di materiali che lo contengono, includendo nell’analisi i siti nei quali la presenza di amianto è dovuta a cause naturali.

I dati per la mappatura potranno essere ricavati anche dai censimenti amianto effettuati ai sensi dell’art. 10 della Legge 27 Marzo 1992, No. 257 (“Norme relative alla cessazione dell’impiego dell’amianto”). Leggi il resto dell’articolo

TOXIC Europe, l’inchiesta

Toxic Europe, l’inchiesta from DailyBlog.it on Vimeo.

“Toxic Europe” è il vincitore del “Best International Organised Crime Report Award 2011” (BIOCR) ed era uno dei quattro progetti di documentario selezionati e co-prodotti da FLARE network, Associazione Ilaria Alpi e Novaya Gazeta per il concorso “BIOCR”. Co-prodotto dal quotidiano online dailyblog.it e dall’Associazione di Giornalismo Investigativo.
Toxic Europe è scritto e diretto da Cecilia Anesi, Giulio Rubino e Delphine Reuter. Riprese, montaggio e musiche di Gianmarco Giometti.

‘Toxic Europe’ e’ un documentario di inchiesta che mira ad indagare le quantità, i meccanismi e i flussi del traffico di rifiuti tossici all’interno dell’Europa. Un business che in Italia, da oltre 20 anni, è uno dei principali affari della criminalità organizzata italiana e che ora, seguendo la stessa prassi dell’economia globalizzata, si estende sempre di più nel resto dell’Unione Europea.

English

“Toxic Europe” is the winner of the “Best International Organised Crime Report Award 2011” (BIOCR) and was one of the four documentary projects selected by FLARE network, Associazione Ilaria Alpi and Novaya Gazeta to enter the competition for the “BIOCR” and is co-produced by the online paperdailyblog.it and the Associazione di Giornalismo Investigativo.
Toxic Europe is written and directed by Delphine Reuter, Giulio Rubino and Cecilia Anesi. Filming, editing and music by Gianmarco Giometti.

The aim of the documentary is to uncover and show the quantities, the mechanisms, and the flows of the illegal hazardous waste trafficking in Europe. A business that, for the past 20 years, has been one of the main sources of profit of Italian organised crime within their own country, and that now is spreading, following the globalised economy fashion, throughout the rest of Europe.

Video: come si “smaltisce l’amianto” – discarica a cielo aperto

La diffidenza dei comitati sulle discariche, e la richiesta di una moratoria si basa anche sull’assenza di piani coordinati, di assenza di controlli e di approssimazione (purtroppo) tutta italica.

Intervista ad Andrea Zanoni di Paeseambiente

Smaltiamo l’amianto dal Clir

Comunicato ufficiale dei comitati uniti di Sannazzaro, Mezzana Bigli, Ferrera Erbognone e Lomello

Il comitato La Nostra Sannazzaro, il Comitato #nosidcaricamianto Mezzana Bigli, il Comitato Ambiente Ferrera Erbognone e il Comitato per Lomello emergono sempre più come attori importanti del territorio lomellino.
L’obiettivo dei comitati è contrastare in tutti i modi possibili, nell’ambito della legalità e della prassi democratica, il folle progetto della mega-discarica di amianto che rischia di nascere nel comune di Ferrera Erbognone.

In questo frangente i comitati hanno dimostrato di saper informare e coinvolgere la gente, (essendo loro stessi espressione spontanea della gente), di far ascoltare le proprie argomentazioni alla politica (amministratori locali, provinciali e regionali) e di saper tenere viva l’attenzione dei media sulla questione (diverse presenze in televisione, frequenti articoli sui giornali, etc). Questa capacità ha avuto come esito diretto il compattamento del fronte del NO alla discarica.
Se un anno fa il progetto discarica non sembrava avere di fronte a sé grossi impedimenti alla sua realizzazione, in questo momento la bilancia pende senz’altro dall’altra parte, il fronte del no si sta ingrandendo e esprimendo con sempre maggiore forza e credibilità.
Leggi il resto dell’articolo

Clir e raccolta differenziata


il Dlgs.152/2006 impone l’obbligo di raggiungere almeno il 50% di raccolta differenziata, per cui CON IL 39% siamo nettamente fuori legge e rischiamo pesanti sanzioni vedi Cagliari.

CLIR significa “consorzio lomellino incenerimento rifiuti” per cui risulta difficile per definizione pensare che possa modificare la politica degli inceneritori a favore della raccolta differenziata.
Inoltre ha dei contratti con gli inceneritori tali per cui se versiamo meno rifiuti paghiamo delle penali, disincentivando anche in questo modo la RD.

In conclusione: paghiamo caro, non ricicliamo e ci respiriamo i nostri rifiuti inceneriti. E questa gente ci viene a parlare di megadiscarica di amianto per pagare meno la tarsu!!!! E garantiscono loro che le cose saranno fatte a dovere!!! Ma chi ci crede più ormai!!!!

Dovremo pensare seriamente di rivedere la política dei rifiuti di tutto il nostro territorio, e sbarazzarci di questo sistema malato!

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